inviaci le tue opinioni, riflessioni, segnalazioni
12 Febbraio
Copio e incollo l'inizio dell'articolo di Lucia Capuzzi pubblicato questa mattina da Avvenire col titolo: No trapianto in Israele per il baby-gazawi. Anche se vive a Ramallah.
Può un indirizzo di residenza diventare una questione di vita o di morte? Sì, se l'indirizzo in questione si trova a Gaza. Poco importa che la persona - un bimbo di cinque anni - manchi dalla Striscia dal 2022 quando, insieme alla madre vedova, era stato autorizzato a trasferirsi a Ramallah per ricevere cure adeguate per il tumore di cui soffre. Il male, però, è peggiorato con il tempo. Per salvarsi avrebbe necessità di sottoporsi al trattamento di immunoterapia con anticorpi e al trapianto di midollo osseo. Ma in tutta la Cisgiordania non è possibile. La mamma, con l'aiuto dell'associazione israeliana per i diritti umani Gisha, ha, dunque, chiesto di portare il figlio all'ospedale Tel Hashomer di Tel Aviv, a una sessantina di chilometri di distanza. Una petizione respinta dal giudice Ram Winograd per "ragioni di sicurezza". Anche un bambino malato può costituire una minaccia se viene da Gaza, ha sostenuto. Dal massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023, il confine dell'enclave è blindato "per impedire l'infiltrazione di terroristi". La decisione del governo di Benjamin Netanyahu ha lasciato intrappolati quattromila minori che avrebbero necessità di assistenza oncologica urgente, insieme a settemila adulti.