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25 Marzo
Non basta più parlare di dialogo. Il nostro tempo, ferito da fratture visibili e invisibili, chiede qualcosa di più esigente e più vero: l'incontro. Il dialogo può restare parola, la tolleranza può fermarsi a distanza; l'incontro invece espone, coinvolge, cambia. È un passo oltre la soglia delle proprie sicurezze, un gesto che mette in gioco il volto e il cuore. Il vescovo di Arezzo, Andrea Migliavacca, ha accolto l'invito della comunità bengalese alla festa di fine Ramadan. Non un atto formale, ma un segno concreto: "un'occasione bellissima di fraternità e di amicizia" - ha detto. Parole semplici, ma dense di una visione: riconoscersi fratelli prima ancora che interlocutori. Non rinunciare alla propria identità, ma offrirla come dono e non come barriera. Purtroppo se qualche organo di informazione locale ne ha parlato è stato solo per le "critiche offensive" - veri e propri vituperi - dei soliti leoni da tastiera. Per questo Migliavacca ha rimarcato: "In questo tempo di divisioni è importante porre gesti di fratellanza". Sì, non strategie, ma gesti: presenza, ascolto, condivisione. Tra le fedi, allora, la via non è quella di un equilibrio freddo tra differenze, ma di una prossimità calda e coraggiosa. Incontrarsi nelle feste, nei dolori, nei cammini quotidiani. Costruire luoghi dove le tradizioni non si temono, ma si illuminano a vicenda. Perché la pace non nasce da un accordo tra idee, ma da relazioni che si riconoscono umane, prima ancora che religiose.