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18 Maggio
4 giorni intensissimi di immersione nel Salone internazionale del Libro di Torino non sono stati un'apnea ma piuttosto un esercizio di buona respirazione diaframmatica. Si aveva l'impressione che il mondo fosse rimasto chiuso dentro. Ma non prigioniero. Libero. Un universo attraversato dalle parole giuste e da presenze variopinte. Persino gli alunni e gli studenti che troppe volte vengono coinvolti a muzzi di classi per "fare numero" e/o claque (definizione: gruppo di persone ingaggiate per applaudire o fischiare a comando uno spettacolo) avevano tutti l'occhio vivace di chi si imbatte nel frangente dell'incanto. Occhi che si spalmavano vispi su copertine colorate e tra parole che dicevano del dolore e della bellezza. Personalmente partivo avvantaggiato perché non sono un "operatore del settore" ovvero editore distributore libraio espositore. Non c'era alcuna corsia né biglietto riservato alla categoria dei curiosi. E io mi sono ritagliato quello spazio di giorni come fosse un corso di esercizi spirituali. E, anche se talvolta si è fatto fatica a vivere il deserto nella baraonda, ho goduto della sapienza delle parole. Nel gorgo affollato di quel vocabolario senza fondo mi è capitato che la Parola mi abbia sorpreso apparendo come una lanterna. Perché il mio Dio laico ama mimetizzarsi e sprofondare nella ferialità e abita la bellezza in tutte le sue rivelazioni.