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1 Giugno
"La coscienza della nostra comunità di destino deve essere il cuore della politica umana". In questa affermazione di Edgar Morin è racchiuso il cuore del suo pensiero alla causa della pace. Morin ha contestato per tutta la vita una delle illusioni più pericolose della modernità: credere che i problemi possano essere risolti separandoli gli uni dagli altri. La guerra nasce quasi sempre da questa cecità. Quando una nazione si ripiega sul proprio ombelico, un popolo si considera vittima senza riconoscere le sofferenze altrui e quando la politica riduce la complessità a slogan, il conflitto trova terreno fertile. Per questo Morin non parlava semplicemente di pacifismo. Chiedeva qualcosa di più impegnativo: imparare ad abitare la complessità. Imparare, cioè, a riconoscere che i destini dei popoli sono intrecciati, che la sicurezza degli uni dipende dalla sicurezza degli altri. Nessuna vittoria militare può cancellare l'interdipendenza che lega l'intera famiglia umana. La pace non nasce dall'umiliazione dell'avversario, ma dalla consapevolezza che condividiamo la stessa fragile avventura terrestre. È questa la vera «comunità di destino» di cui parlava Morin: un'idea esigente, ma forse l'unica all'altezza di un mondo armato fino ai denti e sempre più incapace di riconoscersi come una sola umanità.